Un visibile narrare, con “stile” – 04

4 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Venezia; l’ho scattata nel 2013

di Manuela Mazzi

«Così come, ovunque, un gabbiano farà alzare lo sguardo al cielo, o lo farà abbassare a terra, o volteggiare sopra la foresta di un’isola vergine o tra i grattacieli di New York, vale a dire che, ovunque, tutto il mondo diventa il gabbiano che ugualmente è bianco pur essendo uccello spazzatura in tutto il mondo». Non solo di albe e tramonti, scrivevo nel primo pezzo di questa miniserie che chiudo con quest’ultimo pezzullino, ma anche di gabbiani, indicandoli, tra mille e mille altre immagini, quali topos letterari molto diffusi, soprattutto nella poesia.

Io li adoro, s’intende. Da appassionata di Corto Maltese e di Hugo Pratt, in generale, non potrei farne a meno, e amo guardarli: ne abbiamo anche qui, sulle rive del Verbano, ma sono piccini, lacustri (Larus canus), e per quanto mi piacciano, quelli di mare mi lasciano senza fiato: che cosa ci posso fare? C’è a chi piace ammirare un diamante (a me dice niente), e c’è chi resta a bocca aperta davanti al volo fermo di un Larinae Rafinesque gigantesco. Punti di vista, o… focalizzazioni diverse.

Il punto focale è giustappunto un altro fattore determinante per far parlare una fotografia, una narrazione, una storia, un’opera, con la nostra voce.

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Un visibile narrare, con “stile” – 03

3 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

…presa da internet, dovrebbe rappresentare una competizione di schiaffi

di Manuela Mazzi

«Quando il sole tramonta in Basilicata, il cielo si tramuta in un polmone che espettora sangue, la luce fa tossire più che commuovere».

Questa descrizione è tratta dal romanzo «La straniera» di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, 2019).

Si resta dunque in tema di tramonti. Ma che effetto fa leggere queste parole? Che immaginazioni producono nel lettore? Qual è il significato che le parole usate in queste due righe si portano appresso?

Torno al confronto tra arte e arte, tra fotografia e scrittura, grazie al quale è facile osservare che «albe» e «tramonti» immortalati in un negativo non portano il senso che a loro viene attribuito dalle equivalenti parole che li definiscono. Mi spiego.

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Un visibile narrare, con “stile” – 02

2 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Messico, Playa del Carmen; (Ma.Ma., 2007)

di Manuela Mazzi

È mattina, sera o sono le due del pomeriggio?

Tramonto. «…o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca). I cieli infuocati. Quelle «robe lì», «robe belle».

Non a caso, nel mio testo precedente ho usato tre registri linguistici diversi per descrivere il tramonto: uno «alto» (elevato), uno «medio», uno «basso» (semplice). Non a caso perché questa è una parte fondamentale nello studio degli stili di scrittura.

Più comunemente per mostrare la distinzione tra i tre livelli di stile linguistico si usa una sola parola, più che un’espressione: volto, viso, faccia possono determinarne una più immediata comprensione.

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Un visibile narrare, con “stile” – 01

1 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Marocco, deserto orientale; l’ho scattata nel 2010

di Manuela Mazzi

Non c’è reportage di viaggio che non contenga un’alba o un tramonto.

«Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego et chiamo, / o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca).

Insomma, a chi non piacciono i cieli infuocati?

Ma allora perché quelle «robe lì» – «robe belle» che restano belle anche se sono ormai scontate da essere compresi nei cosiddetti cliché (topos romantici, in questo caso) – non si «dovrebbero» più usare nelle opere artistiche, siano esse fotografiche, letterarie, giornalistiche o cinematografiche, e via elencando? A volte viene da chiederselo. In fondo mantengono la loro magia, quell’incanto che – se non ne abbiamo pieni gli occhi – ci fa ancora dire oh!, cioè, ad esempio io che non vedo il mare aperto tutti i giorni (e anzi a volte trascorrono anni da una volta all’altra», beh, quando mi ci trovo davanti a quella massa d’acqua infinita resto soggiogata dal suo flusso ondeggiante e mi sento socchiudere gli occhi per prendere la brezza in volto respirando a pieni polmoni, e resto frastornata dal suo vociare basso e rabbioso. Ma questa è la realtà.

Che cosa accade però ai tramonti e alle albe narrative?

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«Un prodotto del mio agire»

«Lo stile non precede la scrittura, ma si forma in essa»

Articolo di Giulio Mozzi

Lo stile non viene prima della scrittura, ma dentro la scrittura

Quando scrissi il mio primo racconto, il 16 e 17 febbraio del 1991 — è passato un bel po’ di tempo —, non avevo nessuna idea di stile. Sapevo scrivere, sì, e sapevo anche in una certa misura controllare la mia scrittura: sette anni passati a lavorare in un ufficio stampa, di cui quasi quattro sotto la direzione di Guido Lorenzon — che stimavo, e tutt’ora stimo, moltissimo — non erano passati invano. Ma scrivere in un ufficio stampa, rispetto allo scrivere narrativa, è una cosa diversa; non aliena, ma diversa. Ero in un periodo in cui scrivevo molto: soprattutto mi scambiavo lettere con Laura Pugno, che avevo conosciuta il 30 aprile del 1988: era di dieci anni più giovane di me, ma aveva una consapevolezza di ciò che voleva alla quale io non sono mai arrivato, e una relazione col linguaggio già intensissima e per me, ora come allora, misteriosa. Avevo, negli anni, scritto molto: negli anni della scuola superiore riempivo quaderni e quaderni — non ricordo cosa scrivessi: sicuramente non storie, a quel che ricordo (perché sì, io sono quello che distrugge il proprio passato: quei quaderni non li ho più da molti anni) cercavo di imitare i libri che leggevo. La mia memoria è tutta un buco, e l’unica immagine che ho è questa: io che scrivo, con la mia grafia allora minutissima, su un’agenda telefonica dalla copertina gommata azzurra, cercando di riprodurre Proust. Avevo letto Du côté de chez Swann, in francese, restandone affascinato e non capendone in sostanza niente; ma cercavo di riprodurre quell’andatura delle frasi, quella scrittura eternamente sospesa, quell’andar dietro a sensazioni e particolari instancabilmente. Se mi fosse stato domandato perché facevo quel che facevo, non avrei saputo cosa rispondere.

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Il Romanzo Storico a «Chilometro zero»

Il 20 agosto 2021, dalle 18:00, nel piazzale adiacente alla Biblioteca cantonale di Lugano; modera Stefano Vassere

Il mondo della scrittura crea buone occasioni per stimolare la lettura ma anche per incontrarci.

Dario Galimberti lo conobbi per caso: era lui l’uomo di schiena in una fotografia innevata che diventò poi la copertina di un mio giallo (il primo contatto avvenne nel mese di marzo del 2014). Non sapevo che anche lui si stava incamminando lungo questa folle avventura che è la scrittura narrativa. Non solo: presto sarebbe diventato a sua volta un seguitissimo giallista; giallo è anche il suo ultimo lavoro che si intitola La ruggine del tempo. Lui è di Lugano, e dopo i primi scambi virtuali ci conoscemmo anche di persona, incontrandoci un po’ qua e un po’ là: la stima reciproca ci ha sempre fatto fare delle belle chiacchierate letterarie.
È di Ginevra, invece, Sabrina Caregnato che mi ritrovai in aula nel 2018, al corso La cura di un racconto, il primo che tenne a Locarno Giulio Mozzi. Aveva già scritto il suo romanzo Il diavolo a rovescio, e fu un altro incontro importante: da allora l’amicizia che ci lega si è rinsaldata sempre più.
È sua l’intuizione circa il contenuto storico che accomuna i nostri lavori, se non tanto per “definizione”, per approccio di lavoro. In questo senso alludo al mio ultimo libro: Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta.

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Questione di stile

Articolo di Giulio Mozzi

Le persone che muovono i primi passi nella scrittura si dividono in due grandi partiti: quelle che pensano che per fare buona letteratura sia necessario usare parole scelte, tenere un tono alto, distinguersi e allontanarsi dalla lingua comunemente parlata; e quelle che considerano astrusa e, in sostanza, ostile al lettore ogni scrittura che richieda un minimo di impegno e di applicazione (e, di tanto in tanto, il ricorso al vocabolario).

Ovviamente, entrambi questi pregiudizi sono ingenui e sbagliati. Ci sono scrittrici e scrittori che scrivono facile e scrittrici e scrittori che scrivono difficile, su questo (almeno in apparenza) non ci piove. Ma non sta scritto da nessuna parte che per fare vera letteratura sia necessario scrivere difficile, né sta scritto da nessuna parte che una scrittura semplice non possa dar luogo a vera letteratura.

Prendiamo un esempio da uno scrittore normalmente considerato «difficile», Carlo Emilio Gadda. Ecco le prime righe da «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana»:

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Torna «La cura dello stile»

Torna con un giorno di lezioni in più, La cura di uno stile, laboratorio di scrittura narrativa molto apprezzato dai corsisti nella sua prima edizione. Organizzato da Photo Ma.Ma. Edition di Minusio in collaborazione con la Bottega di narrazione di Milano (e con il sostegno dell’Associazione degli scrittori svizzeri di lingua italiana), il nuovo corso si svolgerà nell’arco di 5 finesettimana per un totale di circa 60 ore di lezioni. Durante i dieci giorni di corso si avrà modo di approfondire il tema dello stile nella scrittura letteraria, e di mettersi alla prova con parecchie esercitazioni.

In sintesi
Durata: dal 11 settembre al 5 dicembre 2021
Frequenza: 5 fine di settimana
Ore complessive: 60
Modalità: a distanza, su piattaforma Zoom
DocenteGiulio Mozzi, affiancato da Manuela Mazzi
Numero minimo/massimo di partecipanti: 10/15
Quota d’iscrizione (senza sconti): 610.- franchi / 555 euro complessivi (sono previsti sconti)
Accesso: libero, senza selezione

Programma, termini e sconti si trovano nella pagina dedicata,
oppure scaricando il seguente

VOLANTINO

Giulio Mozzi su Rsi Rete Uno

Mi dicono che venerdì 5 marzo, la Rsi proporrà un’intervista a Giulio Mozzi, che parlerà del suo romanzo “Le ripetizioni” e accennerà anche al corso di aprile, La cura di chi narra, le persone del romanzo per il quale si è liberato un posto.

L’intervista andrà in onda tra le 13.30 e le 14 su Rete Uno, a cura di Elisabetta Jankovic, e potrà essere seguita in streaming.

Si ringraziano Elisabetta Jankovic, Rsi, e Daniele Oldani.

Presentazione virtuale in diretta de «Le ripetizioni»

Scatti di Ksenja Mazzi

Il 14 gennaio è uscito il romanzo di Giulio Mozzi (qui, una nota di lettura). Si intitola: LE RIPETIZIONI. È un romanzo coraggioso e che per questo motivo richiede coraggio a leggerlo. 

Su sollecitazione di alcuni ex corsisti e anche di qualche amicizia esterna, Giulio si è reso disponibile a parlarne in una sorta di presentazione a porte chiuse. 

Ovviamente – ci mancherebbe – l’incontro è totalmente gratuito

La “presentazione” è organizzata per:        

MERCOLEDÌ, 10 FEBBRAIO 2021 

A partire dalle 20:00 fino circa le 21:00 / 21:30.

Si tratterebbe più che di una vera e propria presentazione, di una conversazione informale, tranquilla, sui temi del romanzo; chiunque potrà porre domande, e Giulio sarà lì proprio per cercare di rispondere e sciogliere dubbi o curiosità. Qualcuno lo ha già letto, qualcuno lo sta leggendo, altri non lo leggeranno ma si sono detti interessati comunque a seguire l’incontro. Per ora siamo una decina. 

Chiedo a chi fosse interessato di scrivere a mmazzi@hotmail.com, così – appena sarà disponibile il link zoom per accedere alla videoconferenza – vi sarà inviato.