Didascalie o dialoghi

(pixabay.com)

Un visibile narrare…

Ci sono le immagini, e poi ci sono le didascalie. Una volta ho scritto una sceneggiatura, per un film. Fondamentale era aver presente che il linguaggio del cinema è anzitutto fotografico, parlano le immagini. Se c’è qualcosa di profondamente inutile è una didascalia che descriva il contenuto dell’immagine.

«Bambina che corre in un campo», di fianco alla foto della bimba che corre, è spazio sprecato, tempo perso. Così, traducendo da forma a forma, ho dato per scontato che i dialoghi, in un film, sono le didascalie di una serie di immagini, comprendendo che tutto devono fare, tranne che descrivere ciò che lo spettatore già vede o intuisce da sé.

Da qui a ritenere le scene letterarie vere e proprie immagini, o sequenze di immagini, è stato un passo logico, come lo è stato intuire che i dialoghi non dovrebbero ripetere quello che si vede o si intuisce dalle sequenze narrative, descrittive e riflessive.

Eppure, nella scrittura letteraria, rispetto a quella cinematografica, le parti dialogiche hanno di sicuro molte più possibilità di agire nella narrazione…

Così, tanto per ricordare che fra 15 giorni inizierà il nuovissimo laboratorio di scrittura condotto da Giulio Mozzi. Durerà cinque fine di settimana, durante i quali si parlerà di «scena» e «personaggi», per focalizzarci sui «dialoghi». Restano ancora due o tre posti, per eventuali indecisi dell’ultimo minuto.

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