Questione di stile

Articolo di Giulio Mozzi

Le persone che muovono i primi passi nella scrittura si dividono in due grandi partiti: quelle che pensano che per fare buona letteratura sia necessario usare parole scelte, tenere un tono alto, distinguersi e allontanarsi dalla lingua comunemente parlata; e quelle che considerano astrusa e, in sostanza, ostile al lettore ogni scrittura che richieda un minimo di impegno e di applicazione (e, di tanto in tanto, il ricorso al vocabolario).

Ovviamente, entrambi questi pregiudizi sono ingenui e sbagliati. Ci sono scrittrici e scrittori che scrivono facile e scrittrici e scrittori che scrivono difficile, su questo (almeno in apparenza) non ci piove. Ma non sta scritto da nessuna parte che per fare vera letteratura sia necessario scrivere difficile, né sta scritto da nessuna parte che una scrittura semplice non possa dar luogo a vera letteratura.

Prendiamo un esempio da uno scrittore normalmente considerato «difficile», Carlo Emilio Gadda. Ecco le prime righe da «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana»:

«Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla Mobile; uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa; ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ rozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovane (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne.»

È lingua facile? È lingua difficile? Dal punto di vista del lessico, c’è appena appena forse un paio di parole fuori dall’uso comunissimo: «ubiquo», «bernoccoli metafisici». C’è una frase lunghetta, di quasi novanta parole, ma tutto sommato semplice, strutturata ad elenco. A chi abbia nell’orecchio un minimo di classici (bastano quelli della scuola) non potrà sfuggire la somiglianza complessiva dell’andatura di Gadda con quella di Alessandro Manzoni. Prendiamo, dal Capitolo iv dei «Promessi», la presentazione di Fra Cristoforo:

«Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.»

Secondo l’indice Gulpease (vedi il link nel primo dei commenti), la «leggibilità» dei due testi è molto simile: Gadda ha punteggio 44, Manzoni ha punteggio 48 (secondo questo indice un testo sotto gli 80 punti è difficile per chi ha la licenza elementare, sotto i 60 è difficile per chi ha la licenza media, sotto i 40 è difficile anche per chi ha un diploma di scuola superiore). Difficoltà altina per entrambi i testi, dunque, ma niente di che.

Se prendiamo infatti l’incipit di un romanzo popolarissimo, e molto amato, come «Un uomo» di Oriana Fallaci,

«Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione.»,

scopriamo che l’indice di leggibilità è 49, a un solo punto di distanza da Manzoni. Insomma: «I promessi sposi» non è più difficile da leggere di Oriana Fallaci, e «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana» lo è appena appena un po’ di più.

E queste sono le prime righe di «Due di due», il romanzo generazionale di Andrea De Carlo:

«La prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti e due così magri e perplessi, così provvisori nelle nostre vite da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva entrava a far parte del passato, schiacciato senza la minima prospettiva. Il ricordo che ho del nostro primo incontro è in realtà una ricostruzione, fatta di dettagli cancellati e aggiunti e modificati per liberare un solo episodio dal tessuto di episodi insignificanti a cui apparteneva allora.

In questo ricordo ricostruito io sono in piedi dall’altra parte della strada, a guardare il brulichio di ragazzi e ragazze che sciamano fuori da un vecchio edificio grigio, appena arginati da una transenna di metallo che corre per una decina di metri lungo il marciapiede.»

Indice di leggibilità: 47. Siamo sempre lì, come si vede. Può venire il sospetto che la contrapposizione tra testi «facili» e testi «difficili» sia un pochino vaga, un tantino pregiudiziale, e in sostanza non sostenibile? Eh, può venire.

Di questo — di semplicità e complessità della scrittura su tutti i piani: sintattico, lessicale, visuale, tematico, eccetera — si parlerà ampiamente nel corso «Fondamenti di stile» che Photo Ma.Ma. Edition Bottega di narrazione e organizzano dall’11 settembre prossimo.

Il docente sarà Giulio Mozzi, affiancato da Manuela Mazzi. Il programma del corso è qui

Le iscrizioni sono aperte. Si comincia l’11 settembre, quindi datevi una mossa.

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